Benvenuti nell'era dei ritorni decrescenti


giovedì 1 febbraio 2018

Virtuosismo demografico: al di là della crescita




Un post di Natan Feltrin (da "Mimesis")  





Di Natan Feltrin


«Anyone who believes that exponential growth can go on forever in a finite world is either a madman or an economist».

Kenneth Ewart Boulding



24 dicembre 2017, ore 16:57. Il World Population Clock, nel suo fluire senza tregua, segnala che sul pianeta Terra il numero di esseri umani ha raggiunto la vertiginosa cifra di 7.442.832.829. Quando per la prima volta impugnai la penna per descrivere le problematiche insite nella crescita demografica erano le 13:35 del 17 agosto 2016 e la popolazione umana contava 7.344.937.428 di individui. In questo umano lasso di tempo si sono aggiunti 97.895.401 di coinquilini su Gaia. Quasi 98 milioni!

Una cifra maneggiabile mentalmente, ma difficile a rappresentarsi nel concreto. Forse, dopo aver preso ad uso parlare di miliardi, tale quantità umana può non suonare così “decisiva” per le sorti politiche, economiche ed ecologiche globali, ma un siffatto considerare sarebbe una grave leggerezza. Onde essere più esemplificativi, si potrebbe dire che al banchetto del mondo si è aggiunta una Germania e più. D’altronde, sarebbe inesatto considerare questa aggiunta demografica come una “Germania”. Difatti, il motore rombante di questo trend globale non sono i paesi del “primo mondo”, ma le nazioni in cui il tenore di vita occidentale è ancora lontano quali il Niger, l’Afghanistan, il Burundi…, il cui tasso di fecondità totale si aggira attorno ai 7 figli per donna.

Con molto cinismo si potrebbe asserire che “fortunatamente” i nuovi arrivati non hanno tutti le prospettive di vita di un tedesco medio. Questo perché, stando al Global Footprint Network, se l’intera popolazione umana vivesse secondo gli standard di un paese sviluppato come la Germania occorrerebbero 3,2 pianeti Terra per soddisfare questa appagante way of life. Se, invece, tutti ambissero al sogno del consumismo made in USA allora si renderebbe necessaria la biocapacità di ben 5 pianeti blu! Considerata una popolazione superiore ai sette miliardi e tenuto conto di preoccupanti limiti ecologici, come iplanetary boundaries suggeriti dallo Stockholm Resilience Centre, il fatto che allo stato attuale siano necessarie 1,7 Terre per sostenere la presente biomassa umana dovrebbe far suonare un campanello di allarme. Al contrario, sebbene i prospetti delle Nazioni Unite prevedano 9,8 miliardi nel 2050 e 11,2 miliardi nel 2100, le poche voci che si levano a gridare “population matters” vengono additate come neomalthusiane e nemiche dell’umanità.

Del resto, nonostante la cattiva distribuzione del benessere nell’ecumene sia palese e più dell’11% della popolazione soffra la fame, l’unico imperativo capace di far bucare lo schermo a politici ed opinionisti d’ogni partito e ideale è quello della “crescita”. Sembra che ogni diagnosi sul corpo malato della società globale sia, da anni, sempre, faziosamente, la stessa: crisi economica. Come curare questo male “morale”? Beh, semplice: tornare a crescere, crescere, crescere e, se il motore dell’economia si inceppa, nuova benzina dovrà essere trovata in una iniezione di biomassa umana. Così quando paesi la cui denatalità, in un contesto di Netherlands fallacy,dovrebbe essere un segno di speranza per un futuro più “sostenibile”, questo baby bust si trasforma in una colpa sociale. Colpa sociale il cui rimedio intraprende due vie sinistre ed antitetiche: da un lato politiche popolazioniste e nazionaliste che, in casi estremi, trasformano i ventri femminili in strumenti bellici, come nella “guerra demografica” tra israeliani e palestinesi, dall’altro politiche di immigrazione incontrollata che spesso trattano gli individui umani come numeri su un grafico non capendo, e non volendo vedere, il rischio insito in questa dematerializzazione umana.

Come scrive il professor Andrea Zhok «è un’illusione immaginare che le persone possano muoversi come tra vasi comunicanti, spostandosi sul pianeta in tempo reale, seguendo le esigenze correnti dell’economia e del sostentamento, in modo simile a come si muovono la moneta elettronica o i titoli azionari da un paese ad un altro: una pericolosa illusione».

La demografia sembra essere ontologicamente non neutrale alle sorti del mondo, da tempo immemore il pendolo dell’opinione dotta è oscillato tra quelle che il Professor Scipione Guarracino ha chiamato la paura del “deserto” e del “formicaio”: le popolazioni umane sono sempre state considerate troppo numerose e prolifiche o troppo poco dense e fertili. Queste paure, più o meno fondate, si sono concretizzate storicamente in azioni politiche determinate che vanno dal popolazionismo degli Asburgo nel diciassettesimo secolo a quello dell’Italia fascista, dalle distopie dell’eugenetica alla politica del figlio unico cinese.

Ad inizio XXI secolo, però, una coscienza dei limiti planetari rende oggettivamente irrazionali politiche di incentivo alla crescita demografica in un pianeta sempre più “stretto” nella morsa di una feroce monocultura umana. La Terra da un punto di vista termodinamico non è un sistema chiuso e nemmeno isolato, ma finito. Perciò, seppure grazie al Sole possa garantirsi una omeostasi energetica, non possiede risorse illimitate e, di conseguenza, una condizione di Netherlands fallacy a livello globale sarebbe tautologicamente impossibile.

Terminata la corsa al land grabbing e raggiunto un livello di EROEI (Energy returned on energy invested) negativo dei combustibili fossili per il quale il petrolio non sarà più un bonus energetico, sfamare l’intera umanità diventerà un compito prometeico, qualcosa al di là delle possibilità dell’umano. Seppur esistano molteplici soluzioni auspicabili di efficienza energetica e di gestione degli sprechi, che non aver già intrapreso è un vero crimine contro l’umanità e l’intelligenza, queste dovranno scontrarsi con una realtà ecologica drammaticamente cangiante. La pesante macchina economica non potrà solo attuare un tardivo greenwashing basato su energie rinnovabili e tecnologie a presunto “impatto zero”, ma dovrà fronteggiare i costi che la manutenzione di una biosfera danneggiata porterà seco. Dunque all’investimento nella transizione energetica, obiettivo forse dell’industria 4.0., si dovrà aggiungere un pedaggio di cui il global warming è solo l’aspetto più “ chiacchierato”.

Alla cupa luce di queste allarmanti considerazioni occorrerebbe ridefinire il concetto di “virtuosismo demografico” slegandolo dai binari di una economia il cui fine è un dismorfico accrescimento del PIL per armonizzarlo al canovaccio di futuribili prosperi sostituendo ad una cronica crescita malata un’idea di sviluppo del benessere all’interno di un oikos florido e resiliente.





54 commenti:

  1. Se può consolare, l'esperienza dimostra che gli interventi governativi per ridurre la natalità sono sempre stati poco efficaci (con una parziale eccezione per il caso cinese), ma i provvedimenti governativi per favorire la natalità non hanno mai dato risultati sensibili. Tutto lascia credere che la natalità continuerà a diminuire un po' dappertutto. Ma non sarà su questo che si giocherà il destino dell'umanità nel corso dei prossimi 50 anni, bensì sulle altre due variabili demografiche: la mortalità e le migrazioni.

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    1. Il fatto che solo in Cina si siano risparmiati 300 milioni di mandibolanti predatori apicali, non è proprio un caso trascurabilino.
      Poi ci sono paesi come il Giappone da tempo in decrescita demografica e nel quale non esiste, perché combattuta con determinazione, l'invasione migratoria.

      Ci sono esempi che non sono esattamente casi giocattolo come Andorra o il Liechtenstein nei quali si fanno cose interessanti, utili, reali.
      R E A L I.

      Noi, che saremmo in decrescita demografica, invece, abbiamo i vertici che i "profughichescappanodalleguerre", "fratelli gioiosi", "doni e pagatori di pensione" li salvano qui a milioni.

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    2. sì, 300 mln di meno in Cina, ma quanti cinesi nel resto del mondo in più?

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    3. Il Giappone, con una densità di popolazione di 343 abitanti per km quadrato è già molto più popolato dell’Italia (200 circa abitanti per km quadrato), inoltre è un’isola. I giapponesi possiedono una fortissima identità nazionale, che vogliono mantenere ad ogni costo.

      https://www.internazionale.it/reportage/ami-miyazaki/2016/08/22/giappone-immigrazione-forza-lavoro

      Andorra e Liechtenstein, sui 200 abitanti per km quadrato, sono paradisi fiscali. La loro economia non richiede manodopera straniera.

      In Italia, gli stranieri vengono per lavorare. La loro permanenza sul nostro territorio dipende dai permessi di soggiorno, che vengono concessi se si ha un lavoro. (I famosi lavori che i giovani non vogliono più fare)
      https://news.biancolavoro.it/stranieri-in-italia-da-dove-vengono-che-lavoro-fanno-e-come-vivono/

      I profughi sono un’altra cosa.
      http://www.voxdiritti.it/profughi-e-rifugiati-la-situazione-in-italia/

      “Orbene, andando oltre queste previsioni, la corte Europea ha valutato che a causa di “deficienze strutturali” del sistema di accoglienza italiani, rimandare indietro i migranti li sottoporrebbe a “trattamenti inumani e degradanti” ed ha accolto quindi il ricorso della famiglia afgana. “Vista la situazione attuale del sistema di accoglienza in Italia, non è infondata la possibilità che un numero ragguardevole di richiedenti asilo rimanga senza alloggio, o sia sistemato in centri sovraffollati, in condizione insalubri e pericolose”, si legge nella sentenza. La Svizzera avrebbe dovuto quindi accertarsi delle condizioni in cui la famiglia afgana sarebbe stata accolta, prima di rispedirla in Italia”.
      Buona parte sono donne e bambini.
      Gli stranieri in Italia saranno si e no un decimo della popolazione. Guadagnano poco.
      L'italiano medio ha un'impronta ecologica 3,84 unità equivalenti
      “ci vorrebbero 3 Italie per soddisfare i consumi italiani”
      Per quanto incidono gli stranieri sui consumi (impronta ecologica) del nostro paese?
      Mi piace restare anonimo per non dovermi prendere degli insulti.
      Saluti



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  2. Democrito, 2600 anni fa, asserì che l'essere umano cerca giustamente la felicità attraverso i piaceri, dividendoli in naturali e necessari. Pare che oggi si ricerchi di essere felici in quei piaceri, non naturali e non necessari, che non portano alcuna felicità, ma solo l'infelicità, in quanto rendono l'essere umano schiavo di essi. Ovviamente più uno è infelice, più si ostina come uno stupido animaliscamente a cercare di essere felice in piaceri che invece portano solo l'infelicità. E' il caso della nevrosi compulsiva da acquisti, ad esempio. Epicurto aggiunse 300 anni dopo, che il massimo piacere, nel quale è da ricercare la felicità è quello spirituale, poi la conoscenza e il sapere. Chi glielo va a dire che i piaceri che rincorrono quasi tutti i 7,5 mld di umani sono in realtà schiavitù, che possono solo dare infelicità? Allora avanti col BAU fino alla morte.

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  3. R "Se l’intera popolazione umana vivesse secondo gli standard di un paese sviluppato come la Germania occorrerebbero 3,2 pianeti Terra per soddisfare questa appagante way of life. Se, invece, tutti ambissero al sogno del consumismo made in USA allora si renderebbe necessaria la biocapacità di ben 5 pianeti blu!"
    ...Per favore cerchiamo di portare avanti di pari passo il concetto di sovrappopolazione con quello di capacità di carico, che per sua definizione è legata al territorio: allora diciamo pure che uno statunitense per rientrare dalla sua pazzia consumistica dovrebbe consumare quanto un tedesco odierno all'incirca, Un Russo quanto un polacco (poco meno di ora), un italiano all'incirca quanto un rumeno, ed un Egiziano vivere un giorno sì e sei no...

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  4. Ho sentito parlare di sovrappopolazione solo nella trasmissione di Luca Mercalli lo scorso anno e in una puntata di "indovina chi viene dopo cena" di Sabrina Giannini. Per il resto il nulla..mi stupiscono le inchieste di Jacona o Ledner, seppur molto interessanti anche se in stile "salviamo il mondo", mai hanno menzionato la questione rimarcando solo su principi e valori umani e colpevolizzando spesso il nostro stile di vita. Questo articolo snocciola in numeri il paradosso che si viene a creare senza una globale educazione alla famiglia da parte dei governi, delle istituzioni pubbliche e religiose: https://www.africa-express.info/2017/04/16/l-africa-sempe-piu-alla-fame-per-la-crescita-demografica-incontrollata/

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  5. Jacopo Simonetta: a me risulta che gli interventi governativi per ridurre la natalità siano invece efficacissimi. Il caso più eclatante è quello dell'Iran, che è passato da più di sei figli per donna a due in vent'anni. Altri casi spesso citati sono il Bangladesh e la Tailandia.
    Riguardo al discorso dell'impronta ecologica diversa, per cui un nuovo essere umano nato in Africa sarebbe meno impattante di uno nato in Europa, questo per me non ha nessun senso, dal momento che l'essere umano nato in Africa non ha nessuna voglia di restare più povero degli altri e quindi o migra o cerca di far crescere l'economia del suo paese (perché questa è l'ideologia dominante a livello planetario). Al tempo stesso, i ricchi di oggi potrebbero essere i poveri di domani. Alla fine, quindi, che i nuovi homo sapiens nascano in India, Nigeria o Stati Uniti non cambia molto, in un mondo globalizzato.
    Non penso nemmeno che conti più la mortalità che la natalità: prima o poi moriremo tutti, ma il numero di nati è una cosa che si può decidere. In altre parole: fluttuazioni della mortalità cambiano le cose a breve termine, fluttuazioni della natalità hanno conseguenze per sempre.

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    1. "fluttuazioni della mortalità cambiano le cose a breve termine"

      non credo sia un discorso di fluttuazioni, se davvero abbiamo raggiunto il picco dell'aspettativa di vita media.
      Ci potrebbe essere presto un importante e costante contributo, derivante da questo aspetto, ad un trend "positivo" in termini di riduzione del tasso di crescita della popolazione umana.
      ovviamente l'aumento della mortalità (diminuzione dell'aspettativa di vita media) da sola non servirebbe a nulla.

      ben vengano quindi i necessari programmi di riduzione della natalità, e il controllo delle migrazioni (quando dovute allo sproporzionato riprodursi in relazione alle risorse del proprio territorio).

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    2. Gaia, mi sa che in Iran abbiano fatto un gran rumore ma che, in effetti, il calo della natalità sia il risultato della transizione demografica, avvenuta laggiù come in tanti altri posti - incluso qui in Italia senza che gli Ayatollah ci abbiano avuto niente a che fare. :-)

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    3. R "Alla fine, quindi, che i nuovi homo sapiens nascano in India, Nigeria o Stati Uniti non cambia molto, in un mondo globalizzato."
      Il commercio delle merci avviene per circa 3/4 via mare, cioè via container su grosse navi alimentate a diesel; ricorderai il famoso Baltic dry index che è crollato dal 2008 con l'aumentare dei prezzi del petrolio e si è ripreso in minima parte; fra l'altro l'esiguo surplus di derrate alimentari, ottenute drogando con fertilizzanti azotati i terreni ormai spesso poverissimi per se, viene movimentato fra continenti in questo modo.
      Ergo il peak everyhting aggredisce sotto molteplici aspetti termodinamici l'assioma che viviamo in un mondo globalizzato; semmai finchè avremo abbastanza energia elettrica di globalizzato può esserci solo l'informazione, che non è poco. Ma per il resto la capacità di carico è destinata a localizzarsi sempre di più e rapidamente. Sarebbe un bel concetto da sviluppare non solo per una lezione più o meno gratuita ma per una articolo scientifico, ma proprio per un saggio scientifico: " La localizzazione (od emergenza) della capacità di carico. Quindi Gaia sono in disaccordo con quanto hai accennato.

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    4. PS: "emergenza" nel doppio senso di allarme contingente ed emersione della capacità di carico...Ho anche dimenticato un rapido accenno al fatto che anche le rinnovabili tanto senza potenziale di accumulo, come fotovoltaico ed anche eolico, ma anche lo stesso idroelettrico, si prestano ad essere "consumate" tanto più localmente possibile, le cosìdette smart grids: anche questo fattore energetico, assieme a tanti altri non ultimo quello alimentare e della disponibilità di acqua, tendono a rafforzarsi l'un l'altro nel concetto di prima di emergenza della capacità di carico.

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    5. Sì ma le persone si sono sempre spostate, anche senza globalizzazione. Quando gli europei eccedevano la capacità di carico dell'Europa, quello che fecero fu invadere altri continenti in cerca di nuove risorse, se necessario sterminando la concorrenza, cioè chi già occupava quelle terre. Quindi penso che anche gli abitanti dei paesi in rapida crescita demografica faranno questo, e in parte lo stanno già facendo, anche se per ora in modo relativamente pacifico. Non rimarranno a calcolare la capacità di carico locale con l'intenzione di rispettarla ma andranno in cerca di nuove opportunità e per questo un bambino nato in Africa è importante per l'Europa tanto quanto un bambino nato in Europa. Non è che uno nasce con la targhetta "tre terre" e l'altro con la targhetta "una terra e mezzo", come se fosse vincolante per tutta la vita.
      Per questo, credo che limiti all'immigrazione di massa in ingresso nei paesi ricchi potrebbero essere uno stimolo a sbrigarsi ancora di più a ridurre la natalità dei paesi di partenza. Questo è quello che mi sembra leggendo i media africani o filippini che trovo in inglese: la possibilità o meno di mandare emigranti a guadagnare all'estero sembra influire sul dibattito sulla natalità locale.

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    6. Fra, se danno anche 8000 euro di incentivo per farti sostituire il tuo vecchio diesel con un'ibrida, non penso sarà per tutelare la salute, come dicono. Lo dicevano anche per convincere la gente ad acquistare auto catalizzate, quando poi il benzene era assai più pericoloso del piombo. Ma lo fanno solo per lasciare il gasolio ai mezzi industriali. Altro effetto del peak oil. Comincia la penuria ed è meglio mettere le mani avanti. Se ho ragione, vuol dire che siamo già a buon punto. 2023 soylent?

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  6. Ragazzi, io capisco che ognuno abbia le sue frustrazioni. Però, questo non è posto dove venire a sfogarsi sugli immigranti. Se vi diverte insultarli, c'è pieno di posti dove lo potete fare sul Web. Ma non qui, per favore. Grazie.

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    1. comunque per dimostrarle che non odio gli immigrati, posso dire che l'unica persona preoccupata per il suo destino eterno con cui ho il piacere di parlare di queste cose, è un marocchino, pizzaiolo della porta accanto. Quindi spiritualmente molto più avanti di tutti, immigrati e non, inoltre le racconto un simpatico aneddoto accaduto a mia moglie. L'altro giorno i bambini di un marocchino facevano chiasso e disse loro che se non smettevano chiamava l'uomo nero. Loro molto candidamente, le chiesero quale. Ci stiamo ancora ridendo, ma come dicevo prima fare lo struzzo e nascondere gli episodi poco piacevoli, è sbagliato. Essere totalmente contro o totalmente a favore, è da ipocriti.

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    2. Non c'è bisogno di insultare nessuno. Occorre invece valutare con oggettività il peso ambientale e sociale, in essere e in prospettiva, delle persone che vengono iniettate sul territorio, quindi prendere una posizione in merito alle misure da adottare. A mio avviso, se si dovessero valutare le cose con oggettività e si dovesse essere onestamente conseguenti nelle misure da implementare, l'immigrazione verso l'Italia (in particolare quella del Nord) sarebbe già un ricordo. Anzi, non sarebbe neppure iniziata. Ma le dirigenze (intendendo in senso lato l'insieme dei decisori non solo politici) hanno deciso altrimenti, e a chi sta sotto non resta che portare il carico. E zitti, ché altrimenti siete razzisti. Razzista... una delle parole usate più strumentalmente a sproposito in questi tempi disgraziati. Un'arma di ricatto morale per zittire i "dissidenti".

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  7. PS (scusate ancora, forse meglio accorpare il tutto in un unico commento)
    Che la scienza non renda la morale più facile non è una buona scusa per perseguire una morale non sostenibile.

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  8. Il 'campanello d'allarme' di cui l'acuto post parla all'inizio potrebbe/dovrebbe suonare già ogniqualvolta una coppia di (potenziali) genitori indigenti decide di concepire nuovi (futuri) affamati/assetati/disoccupati/disperati/migranti ecc.ecc., ma sono pienamente consapevole che occorre(rebbe) un lungo e capillare lavoro di "emancipazione" socio-culturale...

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    1. http://www.huffingtonpost.it/mario-giro/africa-continente-spopolato-pieno-immigrati_b_6369276.html
      “In conclusione l'Africa si presenta come un continente a lungo spopolato, ancora alla ricerca di un equilibrio demografico e tutto sommato molto più accogliente di ciò che si pensa”.

      Anche gli italiani sono molto accoglienti. Troppo. "occorre(rebbe) un lungo e capillare lavoro di "emancipazione" socio-culturale"...

      https://www.internazionale.it/notizie/annalisa-camilli/2017/11/29/italia-libia-migranti-accordo
      “Il 14 novembre l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Zeid Raad al Hussein aveva definito “disumana” la collaborazione tra l’Unione europea e la guardia costiera libica. “Non possiamo rimanere in silenzio di fronte a questa schiavitù, agli stupri, alle violenze sessuali e agli omicidi nel nome della gestione della crisi migratoria”, aveva detto il commissario. Intanto il presidente dell’Unione africana, Alpha Condé, ha chiesto l’apertura di un’inchiesta, il Burkina Faso e il Mali hanno richiamato il loro ambasciatore a Tripoli, il Niger ha chiesto l’intervento della Corte penale internazionale, mentre il Ruanda si è offerto di accogliere 30mila migranti che si trovano in Libia.
      In Italia l’inchiesta della Cnn non ha avuto lo stesso effetto, anche se Roma ha svolto un ruolo di primo piano nell’addestramento della guardia costiera libica e nel finanziamento del governo di Tripoli, incaricato di fermare le partenze dei migranti verso l’Europa”.

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  9. Post interessante ma suppongo per i pochi, visto il linguaggio ricercato, in particolare i termini in global English francamente irritanti. Comunque non si accenna alle conseguenze estreme se non si cambiano il trend demografico e il paradigma economico, ovvero che da un imprecisato prossimo futuro al 2050 gli esseri umani cominceranno a morire come mosche, vuoi per la recrudescenza di vecchie malattie e l'arrivo di nuove, per il progressivo depauperamento ambientale,le guerre per le risorse, le carestie globali. Queste informative dovrebbero essere veicolate con ogni mezzo possibile all'opinione pubblica mondiale per risvegliare una coscienza di massa sui limiti del pianeta, visto che la politica asseconda solo il paradigma della crescita. Ma forse è già tardi.

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    1. E' già troppo tardi, abbiamo fatto un patto col diavolo e questi sta già arrivando a riscuotere il dovuto...
      http://www.resilience.org/stories/2018-02-02/quantifying-faustian-bargain-fossil-fuels/
      Chi adesso ha coscienza di questo dovrebbe iniziare a organizzarsi in piccole comunità resilienti anche per difendersi dalla massa umana che reagirà di pancia non appena clima e carenza di risorse cominceranno a picchiare duro

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    2. quando visitai un anno fa il museo etrusco di Murlo rimasi colpito dalla ricostruzione di un insediamento rurale etrusco; presentava tracce di incendio, di ricostruzione, poi di abbandono con interramento dele entrate. Era una piccola comunità resiliente, ma il suo destino era segnato. Penso che solo grosse organizzazioni potranno essere resilienti e resistere agli assalti esterni. Oppure bisognerà andarsi a cercare luoghi impervi dove rifugiarsi, come fecero i romani di Pistoia nell'Appennino all'arrivo delle orde barbare, tanto che 100 anni dopo i Longobardi la trovarono deserta. Difatti Pistoia fino al 1200 fu una città germanica, regolata da usi e leggi germaniche, come l'ordalia. Poi ci pensarono i Medici a mettere le cose a posto, se mettere le cose a posto può essere detta l'impiccagione selvaggia per mettere fine a quasi 3 secoli di guerre intestine. Il periodo post carbon non potrà essere certo un periodo di pace e varrà la legge del più forte, quindi non illudiamoci che piccole comunità resilienti avranno un futuro.

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  10. Il mio pensiero ricorrente è a mia figlia 15enne. Io a 54 anni ottimisticamente (!?!) credo di concludere il mio percorso biologico nel mondo come lo conosciamo oggi. Forse. Ma un adolescente di oggi in che razza di inferno sociale e ambientale potrebbe ritrovarsi a vivere? Perché è questo che diventerà il mondo dell'homo sapiens sapiens con l'immobilità tragica illustrata nel post.

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    1. tutto dipende da quanti idrocarburi avremo ancora da bruciare. Aver abituato i figli allo spreco è stato un errore madornale, ma almeno abbiamo la coscienza a posto, perchè obbligati dalle leggi ingiuste, che hanno distrutto la famiglia e messo su l'apparato terroristico necessario. Mi riferisco a divorzio, telefono azzurro, assistenti sociali, case famiglia per accogliere i poveri figli derelitti di genitori, fatti passare da violenti, se solo li sfioravano. Così facendo, li hanno salvati da genitori cattivi e li hanno messi nelle mani di spacciatori e farabutti di ogni genere, dal raccomandato che ti fa sparire la domanda di lavoro per far passare avanti gli amici al datore di lavoro colluso con organizzazioni mafiose. A me già pare di vivere in un inferno sociale ed ambientale, ma se vuoi un'idea del 3° mondo, che sarà l'Italia tra qualche anno o decennio, basta che tu rivolga lo sguardo a quello che è oggi il 3° mondo. Se vuoi, puoi vedere su internet digitando "Vannino le querci", un mio coetaneo che da giovane viaggiava in Ferrari, come è stato ridotto da droghe, delinquenti. Aveva tutti gli agi permessi dal petrolio e ora dorme in una buca riempita di cenere che usa come coperta per non morire di freddo. Spero che i giovani attuali, con doccia quotidiana e vestiti lindi e stirati, ben nutriti, con tutti i confort delle vita moderna, non facciano quella fine.

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  11. https://www.pbs.org/newshour/politics/trump-says-it-will-be-hard-to-unify-country-without-a-major-event
    speriamo non abbia in mente una guerra!!?
    Così comincia subito il peak everything con l'addio per sempre al capitalismo consumistico e la sostituzione con realtà ottocentesche, se non medioevali.

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  12. Mi chiedo che cosa possa invece sbloccare dalll'ottundimento la mente e l'animo di miliardi di persone.
    La notizia ,credibile, che l'orologio del giorno del giudizio atomico, giudizio si fa per dire, segni solo due minuti prima della fine dell'umanità
    e ciò pare importi tanto quanto l'annuncio di uno spettacolo di varietà,mi fa credere che se mai usciremo vivi da questo evo sarà per un inimmaginabile miracolo.
    Vedo che più aumenta l'abbondanza di mezzi potenzialmente salvifici più diminuisce la passione per adoperarli a tale scopo.
    Tutto ciò ormai non mi spaventa nè indigna.
    Semplicemente ormai accetto che siamo sgusciati dalla fantasmagorica lotteria degli esseri viventi, fatti come siamo fatti.
    Questo non implica che siamo condannati ad essere dannati a causa della nostra natura.
    Semmai, è che per noi, è quasi sovrumano lo sforzo per non soccombere alla nostra natura di esseri consapevoli della nostra consapevolezza.
    In altri termini è come se dovessimo agire contro la nostra stessa natura per poterla salvare.
    E la nostra natura è certamente quella di un essere vivente che non accetta limiti d'ogni sorta.
    Ma con la possibilità e la capacità di accorgersi di questo fatto.
    Quindi, credo che siamo liberi di scegliere anche se la scelta tra il salvarci e il dannarci è diventata al limite dell'impossibilità.
    Detto ciò, non m'interessa per niente cercare di calcolare la probabilità che avvenga il miracolo.
    Anche perchè intuisco che il solo tentativo di farlo inficerebbe il risultato del calcolo stesso.
    Sicuramente la probabilità che avvenga il miracolo è scarsissima, ma altrettanto sicuramente esiste, e perciò cerco di agire per accordarmi con tale evento.
    E comunque ormai sappiamo, che sia che siamo soli nell'universo conosciuto o che siamo in numerosa compagnia, con o senza di noi tale universo proseguirebbe la sua esistenza, e forse senza fine.
    Possiamo fare poco in tale universo, ma possiamo farlo.E potendo rimediare ad un errore, rimediare è quanto di più affine al prodigio ed al miracolo esista.


    Marco Sclarandis

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    1. Può essere che col susseguirsi degli eventi, di fronte alla necessità, la nostra specie sfoderi l'ingegno, che possiede in abbondanza. In fondo si tratta di semplificare, non di complicare.
      https://aspoitalia.wordpress.com/2018/01/31/tardi-vuol-dire-mai/
      Comunque complimenti per la bellissima sintesi.
      Angelo

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    2. i miracoli li fa Dio, che si manifesta a chi glieli chiede con fede. Però qui siamo troppo pochi a chiederli, quindi nisba.

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    3. Sai che facciamo? Importiamo un po' di ruote di preghiera tibetane. Così rintroniamo il Signore finché non ci da retta.

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    4. forza: mail bombing to:

      thegreatBossoftheskies@HeWhoknowseverything.god

      L.

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    5. @ mago:

      https://www.youtube.com/results?search_query=puoi+chiamare+il+signore+in+molti+modi

      minuto 1:38

      Con quanti nomi puoi chiamare dio?
      Puoi chiamarlo, se vuoi, mille maniere:
      Dio, Visnù, Budo, Ernsto, Krisma, Giove, Allah.
      Tanto non ti risponde!

      Brunello Robertetti

      :-D

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    6. il buddismo è chiamata la religione senza Dio e ci sarà un perchè. Se sentite le catechesi di Don Rosini Fabio capirete il perchè.

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    7. Il buddismo è chiamato la religione senza dio? Perfetto! Visto che, effettivamente, non esiste alcun dio. Così come non esistono: Babbo Natale, Il mostro di Loch Ness, i Pokémon, i sistemi per vincere al Lotto, ecc.

      Perché...

      https://www.youtube.com/watch?v=8Po_AhPg1Oc

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    8. @ Prof. Bardi. Assolutamente d'accordo con la sua idea di rintronare il Signore finché non ci dà retta. Anche perché confesso che io mi sono "rintronato" abbastanza a furia di leggere sempre le solite pillole di catechesi. Per non parlare di altri "fondamentalismi" in cui ci si può imbattere nella sezione dei commenti. Preferirei ragionamenti più scientifici e "quantitativi", anche a costo di non capirli tutti completamente.

      Vi leggo da circa un anno ma questa è la prima volta che scrivo e ne approfitto per dirle che, per quel poco che vale la mia umile opinione, preferivo i post senza commenti.

      Ringrazio comunque moltissimo lei e tutti quelli che collaborano con il blog e cercano di commentare in maniera costruttiva e non "integralista".

      Pietro Achille Lodato

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  13. La cosa che mi indigna è che un manipolo di criminali, le cosiddette élite globali, stanno decidendo del destino di miliardi di persone. Sono senza alcun dubbio consapevoli di dove ci stiamo dirigendo, e i loro rifugi post collasso se li sono già costruiti sicuramente. Più che i comportamenti virtuosi dei singoli, gocce nell'oceano, sono le politiche globali imposte dall'alto a poter fare la differenza tra medioevo prossimo venturo e decrescita dolce

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  14. Caro Paolo, se i comportamenti dei singoli fossero tannto virtuosi e i singoli altrettanto numerosi, le cosidette élite globali sarebbero solo un manipolo di criminali costretti anche loro a fare vita grama.
    Ma Lei l'ha letto per davvero "il Medioevo prossimo venturo" di Roberto Vacca?
    Un saluto, Marco Sclarandis

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  15. Quando parlo con i conoscenti della situazione son solito portare la metafora dell'aereo. Noi siamo passeggeri di un velivolo, non ha senso impedire che esso precipiti, perché lo sta già facendo. Dobbiamo piuttosto prepararci all'impatto.
    Dunque chiedo: come?
    Pensavo a quanto segue:
    -Spostarsi nelle campagne
    -Imparare le arti manuali, soprattutto falegnameria e agricoltura
    - Fare comunità, che soli non si va lontani
    - Imparare autodifesa e diplomazia
    - Imparare a vivere senza elettricità

    Esagero?

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    1. Non credo, è quello che penso anch'io. Se è fondato quanto si va argomentando da anni in questo blog e in altre pubblicazioni altrettanto autorevoli, avremo tra non molto dei seri problemi a cui bisognerà prepararsi. Da soli ne Lei né io, penso, possiamo fare gran che, solo subire passivamente quello che accadrà, se invece ci si organizza tra persone consapevoli forse si affronta la tempesta meglio. E' inutile aspettare quelli che non ne vogliono sapere ora. Ed è altrettanto inutile secondo me continuare a vaticinare l'apocalisse futura e aspettare ciascuno il fato senza fare nulla: parlarne ormai, per chi lo ha capito, non serve a nulla. Costituire delle comunità tra loro collegate forse è la risposta migliore; evolutivamente parlando l'unità sociale umana che ha il massimo della cooperazione, orizzontalità e flessibilità è la "tribù": oltre aumenta necessariamente la complessità (e quindi l'energia che richiede e che non sarà più disponibile in futuro) e di conseguenza la gerarchizzazione, l'autorità, la coercizione. Unità sociali più piccole come la famiglia o il singolo potranno ben poco. E rispetto alle “tribù” del passato, se è vero che sono ridotti i margini di natura disponibile, è altrettanto vero che disponiamo di un bagaglio di conoscenze enormemente superiore che possono essere usate per ripristinare quanto più sistema naturale possibile e conviverci in equilibrio. Tornare a prodursi il cibo e contemporaneamente rinunciare all’inutile consumismo non è impossibile, senza per questo precludere la qualità della vita una volta che si è capito cosa conta e cosa no. Le comunità si possono mettere in rete tra loro per aiutarsi vicendevolmente, meglio di come farebbe uno stato che si potrebbe configurare più o meno dittatoriale man mano che le risorse a disposizione caleranno. E si possono difendere meglio, cosa per la quale bisogna addestrarsi.
      “Chi suda di più in allenamento, sanguina meno in battaglia” dicevano gli spartani. Ma bisogna iniziare subito.

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    2. Lieto di essere in compagnia :D
      Ciò che più mi spaventa è il totale cambio di paradigma. Ho poco più di trent'anni e mi ritengo un privilegiato, non avendo mai conosciuto la guerra o la malattia. Ora, di colpo, le certezze di giovincello vissuto nella pace crollano.
      In più, vivendo in Svezia da otto anni, ho anche il dubbio del luogo in cui stare: investire sulle campagne scandinave, spopolate e destinate forse a diventare più calde e adatte alla coltivazione, o tornare nella familiare Italia?
      Sulla capacità di creare comunità credo di più nel mio Paese natale, ad essere onesti.

      In ogni caso condivido ciò che scrivi: prevedo un potenziale futuro di piccole comunità resilienti sul modello delle Transition Towns. Ciò che mi spaventa è la natura umana, votata al saccheggio e alla prevaricazione, che potrebbe portare alcune realtà dominanti (ritorno agli imperi?) a distruggere queste micro comunità.
      Di una spaventosa evenienza ho timore: della moltitudine umana occidentale solo una frazione infinitesimale è capace di autosussistere. La rimanente, posta di fronte all'eventualità di un'apocalisse, potrebbe perdere il senno ricadendo nella bestiale violenza, saccheggiando le campagne piuttosto che collaborare e imparare a coltivare e condividere gli sforzi a fronte di un piccolo sacrificio.

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    3. In italia non c'è spazio per fare quello che dici, a meno che non vuoi vendere tutto quello che hai accumulato personalmente e le generazioni prima di te nella vita urbana, comprare a due soldi terreni in zone di bassa montagna 70 anni fa coltivate o tenute a pascolo, ma che sono state riguadagnate dalle specie pioniere del bosco come carpino e frassino: cosa vuoi fare, vuoi tagliare questi giovani boschi per coltivarci patate od altro? Così faresti un favore all'ecosistema? Quello che puoi fare in Italia e vendere tute le tue sostanze personali e delle generazioni prima di te e comprare boschi attualmente tenuti a ceduo per non tagliarli più, e magari donare l'altra metà delle tue sostanze a Greenpeace, soprattutto se Greenpeace si convertisse a "greenwar"...

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    4. Abbiamo la fortuna di avere la Svizzera ai nostri confini. Prendiamo esempio.
      Angelo.

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    5. https://www.swissinfo.ch/ita/politica/efficienza-energetica_societ%C3%A0-a-2000-watt-il-futuro-%C3%A8-gi%C3%A0-una-realt%C3%A0/41948992
      Per dare un'idea.
      Angelo

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    6. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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    7. @ spidernik84
      Condivido queste paure per cui si tratta di costruire delle comunità non di sempliciotti, ma di "guerrieri" contadini e allevatori, custodi della natura e fortemente organizzati e preparati, per difendersi dai predoni. Altro non vedrei come ideale di resilienza a cui tendere. E non so se l'Italia sarà il posto ideale. Tempo fa lessi che uno scienziato credo americano, ben consapevole di questi problemi, aveva preso casa in Danimarca asserendo che forse sarebbe stato il posto migliore per avere più chances di sopravvivere. Qua ci siamo già dimenticati dell'estate scorsa, dove il Piemonte ha avuto una siccità mai vista ed è bruciata mezza regione, il PO in secca, sono divampati incendi dappertutto lungo la penisola, Roma a momenti finiva a secco, la scorsa primavera in certi punti si poteva attraversare a piedi l'Adige, a Ferrara si sono toccati i +41 l’alluvione choc di Livorno e pare che ora ci sia razionamento di acqua a Palermo. E tutto questo con un aumenti di +1°C o giù di li delle temperature medie dall'inizio dell'era industriale. Figuriamoci quando saranno +1,5, ormai inevitabile, o peggio +2. Dalle mie parti nel nord-est, zona di nebbie e umidità, riesco a produrre mandorle e olive! Come sarà l’Italia fra 10 anni? Sarà ancora un posto vivibile? Ci sarà l’acqua?
      E poi dove? Il nord Italia è una fogna a cielo aperto, cementificata all'inverosimile. Rimangono solo le montagne. O fare come la natura: spostarsi verso nord, come molte specie di animali e vegetali stanno facendo. Se in Svezia non hanno senso di comunità lo potranno portare gli italiani.

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    8. Ferruccio,
      Le tue affermazioni mi sembrano giuste, tuttavia, sai com'è in auto, quando si comincia a vedere il pericolo vicino, si frena. Certo il riscaldamento globale è subdolo, può darsi che si frenerà quando sarà già troppo tardi.
      Di sicuro un clima impazzito non giova neppure agli interessi di coloro che, per convenienza, vorrebbero perpetuare lo status quo all'infinito.
      Angelo

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  16. A me sembra molto più sostenibile la vita in città che in campagna e al giorno d'oggi coltivare la terra senza mezzi meccanici (quindi motorizzati) la vedo un po' difficile. In città peraltro le distanze sono più brevi e già oggi si può fare a meno dell'auto, per percorsi un po' più lunghi ci sono treni elettrici e tram che funzionano bene già oggi. Inoltre buona parte delle città sono state costruite prima delle auto e prima dei combustibili fossili quindi potrebbero funzionare relativamente bene anche senza. E infatti il concetto di città è precedente ai combustibili fossili, mentre è lo sprawl urbano dovuto a quelli che vogliono andare in campagna che è recente. Andare in campagna oggi significa andarci in auto e doversi spostare in auto per qualunque evenienza. Peraltro secondo me di campagna in Italia ne rimane poca, la distinzione sembra più tra zone costruite di recente esclusivamente progettate per l'auto e zone di antica urbanizzazione. In ogni caso concentrerei gli sforzi sul ridurre il tasso di motorizzazione dal 75 % al 25 %, il che sarebbe fattibile senza grossi sacrifici migliorando molto il trasporto pubblico come le migliori esperienze europee mostrano. Questa operazione non è gratis ma credo che i vantaggi economici di farlo diventino ogni giorno più evidenti. Spostamenti più sicuri, riduzione del traffico, maggiori interazioni tra persone, minore inquinamento e infine parecchio spazio, oggi occupato da parcheggi e strade sarebbe restituito alla natura o si potrebbe sfruttare meglio.

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    1. Sala: "parecchio spazio, oggi occupato da parcheggi e strade sarebbe restituito alla natura o si potrebbe sfruttare meglio"

      Ad esempio collocandoci la prossima (ulteriore) milionata di forestieri?

      Al di là dell'umorismo nero, vorrei testimoniare che coltivare la terra senza mezzi meccanici (credo tu intenda mezzi meccanici motorizzati) si può e si fa (io lo faccio). Occorrono però elementi di contorno imprescindibili: 1) chi lavora senza quei mezzi non può mantenere altri, ovvero ciascuno dovrebbe lavorare per sè e non avere altri impegni 2) occorre disponibilità d'acqua sana in loco, il che esclude una bella fetta del territorio italiano, 3) occorre una metratura minima pro capite della quale non abbiamo più disponibilità (la disponibilità di riduce anno per anno sia per il degrado dell'esistente, sia per l'iniezione di centinaia di migliaia di nuovi individui forestieri ogni anno); nel valutare la metratura occorre tenere presente che non si vive di solo "pane", quindi ampliarla a dovere (per mangiare bastano poco più di mille metri a testa, ma poi anche solo per scaldarsi in inverno serve molto altro) 4) occorre che nel tempo che serve per passare dalla coltura alla raccolta nessuno si appropri dei "raccolti pendenti" o li distrugga.

      Ovviamente occorrono anche altre cose. Tipo considerare che in regime di sussistenza l'assistenza sanitaria come la concepiamo oggi diventa mitologia. Nella qualità della vita ci sarebbero passi avanti e passi indietro. Ciascuno dovrebbe valutare cosa è per se un passo avanti e cosa è un passo indietro (non c'è grande accordo in merito). Poi dovrebbe fare i conti con quello che gli altri considerano passi avanti e passi indietro. Lì cominciano i dolori.

      P.S. Il terreno degradato dall'edilizia/industria/viabilità non si può recuperare in tempi utili, dal punto di vista delle generazioni attualmente viventi è "andato" definitivamente.

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    2. @sala: MrKeySmasher ti ha già risposto ma mi accodo a lui: è possibile e molto meno impattante dell'agricoltura industriale. La struttura del terreno è profondamente alterata dalle
      arature profonde e dal "calpestio" dei mezzi, ne consegue un rapido degrado della fertilità. Per contrastarne il calo si avvia un ciclo di fertilizzazione a base sintetica da cui fondamentalmente non si esce più. Negli ultimi decenni ci si sta rendendo conto della superiorità di campi coltivati a policoltura, a lavorazione ridotta e a fertilizzazione naturale. Inoltre i costi in termini di combustibili fossili (autotrazione, fertilizzanti sintetici) son fondamentalmente azzerati. Sui rendimenti non ti so dire, ma è chiaro che siamo comunque in troppi e non ci si scappa.

      Sulla centralizzazione nella città vs lo sprawl sono parzialmente d'accordo:
      c'è potenziale in termini di riduzione delle distanze, sì, ma tale potenziale è vanificato dalla natura eterotrofa delle metropoli, che di fatto non producono cibo. Inoltre le città sono
      piuttosto energivore per lo stile di vita del cittadino medio. Se mi parli delle città proposte dal Venus Project allora ne possiamo discutere.

      Sul fatto di doversi spostare in campagna: usare l'auto per qualsiasi necessità è un lusso di recente introduzione che diamo ormai per scontato, permesso dal costo fin troppo basso della benzina (a mio avviso andrebbe detassata per il trasporto delle merci necessarie e alzata per l'uso non critico dei veicoli privati). Non dico di abolire l'auto, ma di pensionare una volta per tutte il concetto di auto come bene a scopo ricreativo e sostituto delle
      nostre gambe. Piuttosto, le piccole comunità dovrebbero essere impostate per ridurre gli input il più possibile e limitare gli scambi con le comunità
      adiacenti, così da ridurre le distanze. Sui mezzi pubblici sono ovviamente d'accordo, ma anche quelli consumano risorse, dunque resta il concetto di
      muoversi meno, muoversi meglio.

      Sull'aspetto della poca campagna in Italia: tristemente vero, d'altronde un po' tutto il mondo occidentale ha voluto gettare alle ortiche la sovranità alimentare puntando tutto sulla circolazione globale delle merci. Trovare le bottigliette di Evian e di Sanpellegrino fuori dalla Francia e dall'Italia è il sintomo di questa idiozia collettiva.
      Al di là delle opinioni, va da se che questo è un discorso lungo e non si esaurisce in tre righe :D

      @MrKeySmasher: difficile darti torto. Sul recupero dei terreni sono però più ottimista: con la giusta stratificazione e lavorazione penso si possano recuperare in 3-5 anni. Certo, demolire l'esistente è un altro discorso... buona parte degli edifici è stata concepita per essere edificata in fretta, non certo per essere demolita in fretta... un po' come tutta la merd@ di consumo che l'umanità ha ritenuto saggio vomitare nell'ambiente.

      Sono curioso, vorrei sapere la tua opinione in merito a quanto scrivi qui: "Ciascuno dovrebbe valutare cosa è per se un passo avanti e cosa è un passo indietro". Vorrei comparare il mio punto di vista a quello altrui :)

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    3. R "permesso dal costo fin troppo basso della benzina (a mio avviso andrebbe detassata per il trasporto delle merci necessarie e alzata per l'uso non critico dei veicoli privati)." Credo che il costo dei carburanti in Italia sia mediamente il più alto al mondo, cioè con le tasse ed accise più alte: non dico che sia sbagliato in assoluto alzare anche la tassazione, ma almeno dovresti prima porti il problema di armonizzarle in base all'inquinamento (il gpl non può costare 2 volte meno della benzina, a parità energetica, ne il metano 3 volte meno come è adesso), e di pari passo destinare i proventi attuali a progetti di ricerca e resilienza energetica sottraendole al calderone dei dipendenti pubblici: almeno questo mi sembra un discorso di decenza...Sei d'accordo? Insomma se mantieni più o meno l'attuale distribuzione delle risorse senza tagli lineari non la transizione sarà più o meno graduale...Oltre a farlo poi bisogna gridarlo a piena voce come cosa buona e giusta...Cosa ne pensi? grazie.

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    4. Spidernik, non si può condensare in una manciata di righe l'atteggiamento complessivo d'una persona di oltre cinquant'anni d'età, però è un dato di fatto quel che afferma il noto detto tante teste, tante idee. Sarebbe anche una bella cosa, perché è una sorta di "biodiversità mentale", ma diventa un grosso problema quando le tante teste diventano troppe teste e quelle teste devono condividere spazi e mezzi chiaramente insufficienti per assicurare a ciascuno la possibilità di "dare aria" (come sarebbe giusto) alle proprie idee senza calpestare quelle altrui. Fitti come siamo, il conflitto è inevitabile. E' un tratto etologico che accomuna praticamente tutte le specie "superiori" (e, in gran parte, anche quelle "inferiori").

      Che c'entra tutto questo col discorso precedente? Metti che ti venga in mente di attuare un progetto di vita personale per il quale cerchi di "tagliarti fuori" il più possibile dalle abitudini di vita "medie" della collettività... credi che sarebbe praticabile? In realtà siamo sottoposti a una quantità di imposizioni elevatissima, imposizioni alle quali non possiamo sottrarci neanche volendo perché mancano i presupposti per la libertà, il primo dei quali è la presenza di spazi liberi. Fisicamente, intendo.

      La nostra libertà effettiva è molto prossima a quella delle galline ovaiole nel capannone d'un allevamento a terra. Caso mai non lo sapessi, in molti di quegli allevamenti il disciplinare stabilisce che se una gallina "evade" è proibito il suo reinserimento in colonia e il "capo" fuggitivo deve essere abbattuto, per evitare ogni possibilità di contaminazione dall'esterno. Qual è la libertà della gallina entro il capannone? Spostarsi di qua e di là cercando di non farsi beccare troppo spesso. Punto. In un singolo capannone si raccolgono ogni giorno i pochi resti di dieci/trenta galline svuotate delle interiora e di altre parti del corpo (cannibalizzate, anche se in seguito a morte magari "spontanea"). Informazioni apprese da una testimonianza diretta di chi ha lavorato per un periodo in uno di quegli allevamenti. Tra l'altro, costui lavorava l'intera giornata coi tappi antirumore nelle orecchie, per via dell'incredibile livello sonoro presente all'interno dei capannoni. Le galline non hanno la possibilità di usare quei tappi. Sarebbe interessante poter sapere cosa passa nella testa di quelle galline, qual è il loro immaginario, la loro cultura. Probabilmente potremmo imparare qualcosa di utile su noi stessi.

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    5. Passo avanti è ciò che aumenta la serenità e la libertà del vivere quotidiano. Passo indietro è ciò che la riduce. Tu quanto ti senti sereno e libero?

      Per avere una pietra di paragone, il mio defunto nonno, classe 1912 e politicamente più rosso d'un peperone, negli anni '80 del secolo scorso mi raccontò quanto si sentisse più libero a vent'anni. La sua affermazione ricorrente era: "bastava dire sempre sì al lavoro e tenere il naso fuori da certe questioni; per il resto, qui a (nome di un sobborgo decentrato) potevi fare qualsiasi cosa, senza controlli di alcun tipo". Sottolineo tre particolari non secondari, 1) diceva così negli anni '80 (confrontare gli anni '80 con la situazione attuale) e 2) i suosi "vent'anni" corrispondevano agli anni '30 e 3) era politicamente "rosso come un peperone".

      Qual è l'immaginario delle galline nel capannone? Qual è il nostro? Quanto è realistico?

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    6. Bellissima quella del nonno (e anche quella delle galline, fra tutte e due dicono tutto).

      Ma secondo me c'e' un fraintendimento di fondo: di essere libero non gliene frega piu' niente a nessuno, e' l'ultima delle priorita', come risulta evidente da troppi indizi, sotto qualunque punto di vista si guardi al dibattito pubblico e alla sua evoluzione nel tempo.

      Del resto in una societa' iper-complessa e tecnologica come la nostra, fosse anche solo perche' e' complessa e tecnologica senza possibilita' di ritorno ne' di secessione per chi osasse rifiutarla, la liberta' e' particolarmente impossibile, se non in una forma molto virtuale, astratta e marginale.

      Cio' di cui si discute e' solo come organizzarci ancora di piu', e con una tecnologia ancora piu' complessa, non padroneggiabile se non addirittura del tutto incomprensibile, in modo da superare le attuali difficolta' che, guardacaso, e' stata proprio l'organizzazione e la tecnologizzazione ad oltranza a creare, difficolta' palesemente uguali sotto qualsiasi regime politico ed economico.

      Questo fra l'altro succede in modo particolare, fino ad essere esclusivo al loro interno, proprio nei blog ecologisti, che hanno pure l'impudenza di chiamare BAU tutto il resto, come se il BAU di fondo che ci ha portati fin qui non fosse invece proprio nell'aumento esponenziale della complessita' sociale, della pianificazione mirata, e della tecnologia ormai incomprensibile per ogni singola persona, tanto che se provenisse da un mondo di dominatori alieni nulla cambierebbe, non ci accorgeremmo di alcuna differenza pratica, dovremmo solo chiamare in un modo un po' diverso i nostri attuali capri espiatori.

      Del resto cosa ci dice un qualsiasi burocrate, qualsiasi tecnico, qualsiasi "libero" professionista (fra cui gli insegnanti di scuola, e non solo coi bambini)? Che si fa cosi' e basta, senno' multa, sanzione, "galera!" gridano i piu' indottrinati.

      Ha sfiorato il problema lo storico Paolo Prodi, secondo il quale la deriva della nostra societa' e' nell'aver pian pianino ridotto, nell'arco degli ultimi secoli, ogni spazio di liberta' e responsabilita' volontaria al solo rispetto meccanico di leggi e regole necessarie.

      "Stimolo-risposta", pavlovianamente, come del resto teorizzano apertamente o implicitamente gli economisti e i sociologi di qualsiasi scuola da quando esistono queste discipline, il che dice molto, come la metafora "del nonno e delle galline".

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    7. @Fra: senz’altro! Ad avere il potere di imporre decisioni drastiche lo farei. A volte sono dell’impopolare idea che una dittatura (illuminata) sia l’unica via d’uscita. Imporre decisioni sagge, anche a costo di creare malcontento, per il bene di tutti.
      Da dittatore tenterei di bombardare il popolo di cultura, eliminando la spazzatura televisiva prima di ogni altra cosa.
      Trovare il dittatore illuminato è una bella sfida :)

      @MrKeySmasher: pensieri condivisibili. In sintesi, il sistema è tanto radicato da autoperpetuarsi, con l’aggravante di aver tanto condizionato le proprie cellule (i consumatori) da portarle a marginalizzare chi la pensa diversamente e osa contestarlo.
      Sugli spazi non saprei, siamo sì in tanti ma nel mondo qualche zona isolata ancora c’è! Ovvio, son posti non proprio vivibilissimi (Svezia, dove vivo, con un inverno di sei mesi...).
      Rispondo alla tua domanda: non sono sereno e non mi sento libero. La consapevolezza dei guai che ci aspettano mi rende irrequieto e vivo con l’ossessione (o arroganza) di dover far qualcosa di concreto per salvare il mondo. Così facendo passo il tempo a preoccuparmi del futuro e mi perdo il piacere del presente.
      Dubbi su dove spostarmi, sull’idea di dedicarmi all’agricoltura trasferendomi in un ecovillaggio, e via così.

      @Firmato Winston Diaz: parli a me che vivo in quello che ritengo un esperimento sociale di quanto descrivi (Svezia). Qui lo stato è onnipresente e a volte ho l’impressione che tratti i suoi abitanti come dementi incapaci. C’è una regola per tutto, e ognuno ha il suo ruolo, guai a sconfinare! Non dico di fare come in Italia, dove tutti sono allenatori, ingegneri nucleari, astrofisici, sociologi e via dicendo, ma una via di mezzo, su!
      La verità è che un popolo pensante è un popolo che crea problemi e mette in discussione i nuovi faraoni...

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